Nuove generazioni in azienda: come gestire la convivenza con i Millennials?

Hanno tanti nomi – Millennial Generation, Generation Next, Net Generation – ma più banalmente sono i nati fra l’inizio degli anni Ottanta e la fine degli anni Novanta. Un vero e proprio “popolo” di giovani che oggi rappresenta circa due terzi della forza lavoro mondiale. Ovviamente il cambio generazionale – e spesso la convivenza – con persone di età diverse ha portato qualche scossone nelle aziende, anche nei reparti delle risorse umane. Il motivo è da attribuirsi in primo luogo al fatto che i Millennials, guardando alla propria carriera professionale, cercano qualcosa di diverso rispetto ai predecessori. Prima generazione sempre connessa e globale, quella dei Millennials è costituita soprattutto da lavoratori colti e curiosi, capaci di lavorare ovunque e a qualsiasi orario, a patto però di non sentirsi inseriti in strutture e in schemi troppo rigidi: la capacità di lavorare in ogni posto e in ogni momento, infatti, è una risposta al loro diffuso bisogno di flessibilità.

Flessibilità il primo desiderio

Non stupisce quindi che sia proprio la flessibilità, insieme alla connettività, uno dei desideri maggiori dei dipendenti della Generazione Y. A sottolinearlo è una ricerca di ADP e CorporateLeaders, la quale evidenzia come ci sia bisogno di un cambio di passo da parte dei responsabili HR, proprio per poter sfruttare al meglio le potenzialità dei Millennials. E questo è doppiamente importante ora che, con il definitivo tramontare del “lavoro a vita”, la permanenza dei talenti in azienda dipende dai benefici reciproci per entrambe le parti. Il problema però è che in media le aziende sopravvalutano la propria capacità di soddisfare i potenziali candidati e gli stessi dipendenti.

E questo accade fin dall’inizio, e quindi fin dal processo di selezione del personale: come rilevato dalla ricerca ADB, di fronte al 46% dei recruiter convinto che le prassi di reclutamento aziendali «funzionino bene», solo il 16% dei candidati la pensa allo stesso modo. Si tratta di un divario che indica una sotterranea insoddisfazione, e che continua anche negli step successivi del rapporto lavorativo, tanto che, secondo una ricerca Gallup, solo il 13% della forza lavoro globale dimostra un alto coinvolgimento nella propria attività. Ancora più grave è ciò che emerge dai dati Glassdoor: solo il 50% dei dipendenti è disposto a consigliare il proprio datore di lavoro agli amici.

Come attrarre i giovani talenti?

Le aziende e i rispettivi uffici HR devono quindi migliorare le proprie tecniche per attirare e per trattenere in azienda i talenti della Generazione Y. “Bisogna partire dal presupposto per cui i Millennials hanno esigenze differenti rispetto, per esempio, a quelle della Generazione X” spiega Carola Adami, amministratore delegato della società di head hunting Adami & Associati. “Lo stipendio, pur restando importante, passa in secondo piano: è forte il desiderio di crescere e di imparare, e anche la volontà di fare la differenza all’interno dell’azienda. Ecco quindi che le aziende devono investire in formazione, e dare fedback continui ai propri dipendenti. È inoltre necessario rendere il lavoro effettivamente flessibile, senza che il concetto di smart working resti solamente sulla carta: questi sono i primi fondamentali passi per riuscire ad attrarre Millennials talentuosi, e per trattenerli poi in azienda il più possibile”.