Privacy: aziende in corsa per adeguarsi al nuovo Regolamento europeo

Le aziende italiane sono in corsa per adeguarsi al nuovo Gdpr (General Data Protection Regulation), il Regolamento Privacy europeo, la cui entrata in vigore si avvicina. Quasi il 75% delle organizzazioni sembra infatti aver creato una procedura per notificare le violazioni di dati, ma solo il 49% ha aumentato gli investimenti in IT Security. E le difficoltà ad adeguarsi non mancano.

 

A che punto sono le aziende italiane?

A rilevarlo è Gastone Nencini, country manager di Trend Micro Italia, azienda che ha verificato a che punto sono le aziende italiane, e quali le difficoltà incontrate per riuscire a essere compliance al nuovo regolamento europeo. “Le aziende lamentano infatti la presenza di troppi sistemi IT legacy (30%), la mancanza di una data security efficiente (29%) e l’assenza di processi formali che rendano possibile identificare chiaramente a chi appartengono e dove sono custoditi i dati (28%)”, sottolinea il manager.

Molte aziende non sono preparate a gestire la notifica di avvenuta violazione entro 72 ore…

La ricerca mostra poi come molte aziende non siano preparate a gestire la notifica di avvenuta violazione entro 72 ore. “Il 20% ha infatti affermato di avere processi formali per notificare la violazione, ma solo alle autorità competenti – aggiunge Nencini -. E l’Articolo 34 del Gdpr afferma che anche gli individui devono essere avvisati, poiché una violazione di dati mette a rischio i loro diritti e la loro libertà”, riferisce Askanews.

… una su cinque non è a conoscenza dei processi per gestire il diritto all’oblio

Dubbi anche sul diritto all’oblio, definita “una parte chiave” del Gdpr. “Nonostante l’87% dichiari di avere un processo per supportare i clienti nel caso i dati siano gestiti dall’azienda – evidenzia Nencini – ci sono dei limiti quando vengono coinvolti i fornitori. Una azienda su cinque, infatti, non ha o non è a conoscenza dei processi per gestire in maniera corretta il diritto all’oblio, nel caso di dati gestiti da agenzie (21%), cloud provider (32%) e partner (19%)”.

… e solo il 34% ha implementato soluzioni avanzate per identificare le intrusioni

Le minacce informatiche sono sempre più complesse, e il Gdpr complica ulteriormente la vita delle aziende, che ora rischiano multe ingenti. Per questo, “è necessaria una tecnologia che protegga i dati su più livelli – sottolinea il manager -. Il Gdpr afferma che le aziende devono implementare le tecnologie di ultima generazione in relazione al rischio che si corre. Ma nonostante questo, solo il 34% delle aziende ha implementato soluzioni avanzate per identificare le intrusioni, solo il 33% ha investito nella prevenzione delle perdite di dati e solo il 31% ha adottato tecnologie di crittografia”.

Apple, in arrivo un iPhone gigante?

Fervono in lavori in casa Apple. Anche se i rumors non sono confermati dal colosso di Cupertino, l’agenzia di stampa americana Bloomberg –  citando fonti a conoscenza dei prodotti – annuncia che l’azienda starebbe lavorando a nuovi modelli di iPhone.

Entro il 2018 in arrivo tre nuovi modelli

Sempre secondo le anticipazioni in arrivo dagli Usa, Apple vorrebbe lanciare tre nuovi modelli di iPhone entro il prossimo autunno, e comunque entro la fine del 2018. Tra le novità annunciate, spicca un iPhone dalle dimensioni “giganti”, il più grande mai creato dall’azienda. Oltre a questo, il brand con la Mela dovrebbe presentare anche un modello della stessa taglia dell’iPhone X, in versione aggiornata, e un melafonino meno costoso.

I perché della triplice mossa 

Come riportano i rumors, l’azienda di Cupertino starebbe pensando a questi nuovi modelli per allargare il proprio bacino, già grandissimo, di estimatori. Infatti con il lancio dei nuovi melafonino Apple vorrebbe attrarre quei consumatori che chiedono una versione più conveniente dell’iPhone X e che, allo stesso tempo, guardano con interesse agli smartphone ‘giganti’, ovvero ai phablets. In sintesi, Apple sarebbe al lavoro per contrastare la concorrenza di competitors sempre più agguerriti anche in questo mercato.

Le anticipazioni sui nuovi melafonini

L’iPhone più grande avrebbe uno schermo vicino ai 6,5 pollici, a fronte dei 5,8 dell’attuale iPhone X, e si rivolgerebbe agli utenti business che usano il dispositivo per lavoro. La versione più economica, invece, andrebbe incontro ai desideri di chi sogna il nuovo smartphone della Mela ma senza spendere gli oltre mille euro del listino attuale. Tutti e tre i dispositivi avrebbero il display con cornici sottilissime e il sistema di riconoscimento del volto (il Face ID), riporta l’agenzia di stampa Ansa.

Un tris per dare rilancio alle vendite?

Nelle intenzioni di Apple, riferisce ancora Bloomberg, i tre iPhone servirebbero a spingere le vendite dopo i risultati sotto le attese di iPhone X. Nel trimestre ottobre-dicembre Apple ha commercializzato 77,3 milioni di iPhone a fronte degli 80,2 milioni attesi dagli analisti. Dopo i gossip, non resta che aspettare le uscite ufficiali dei nuovi iPhone per vedere cosa realmente arriverà sui banchi degli store. Dove, immancabilmente, ci sarà la coda fuori in concomitanza con il lancio e l’apertura delle vendite.

Facebook, metti la foto di un altro nel profilo? E’ un reato

I social non sono uno scherzo, nè tanto meno solo un passatempo. E via via le regole da rispettare nell’affollato mondo virtuale diventano sempre più rigide, esattamente come accade nel mondo reale. Così come normalmente non è possibile appropriarsi dell’identità di un’altra persona, lo stesso vale anche su Facebook. A partire dall’immagine: chi utilizza la foto di un altro individuo come immagine del proprio profilo su Facebook commette reato di sostituzione di persona. Un reato che può costare davvero molto caro.

La sentenza della Corte di Cassazione italiana

Le legge italiana si è espressa recentemente in merito a questi comportamenti e d’ora in poi l’ultima sentenza farà giurisprudenza. Ecco cosa ha deciso la Corte di Cassazione – V sezione penale – nella sentenza n. 4413/2018: dopo l’iter processuale, la Cassazione ha confermato a una ragazza di 29 anni di Pordenone la pena concordata di 15 giorni di reclusione – convertita in una multa da 3.750 euro (da corrispondere in 30 rate mensili di pari importo) – per il reato contestatole ai sensi dell’articolo 494 del Codice Penale, “per avere utilizzato, per il proprio profilo Facebook, la foto di un’altra persona” si legge nella sentenza.

Rigettato il ricorso

Come viene riportato nella nota pubblicata dall’agenzia Ansa,  il ricorso della donna (che, attraverso il suo avvocato, chiedeva “la nullità dell’accordo stipulato fra il pubblico ministero e l’imputata in quanto erroneamente il giudice non aveva consentito di revocarlo a seguito della possibilità sopravvenuta, ad esito della pronuncia della Corte Costituzionale n. 201/2016 di richiedere, con l’atto di opposizione al decreto penale, la sospensione del procedimento per la messa alla prova”) è stato considerato infondato e rigettato dalla V sezione penale della Suprema Corte. Utilizzare la foto di un’altra persona per il proprio profilo Facebook è reato.

Cosa dice l’articolo 494 del Codice Penale

Tutti gli utilizzatori di social media che prevedono una foto profilo dovrebbero conoscere il testo dell’articolo 494 del Codice Penale, così da non incappare in guai. L’articolo recita: “Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici, è punito, se il fatto non costituisce un altro delitto contro la fede pubblica, con la reclusione fino ad un anno”.

 

Imprese lombarde, per il 2018 ottime le attese per l’export

In Lombardia,nel corso del 2017, si sono registrati ben 330 milioni di euro legati alle attività di export. Un dato che, tradotto in percentuale, significa il +7% rispetto all’anno precedente. E le prospettive sono ancora migliori: in base all’indagine condotta da Promos – Camera di commercio sugli imprenditori lombardi che esportano, il 2018 sarà un anno più positivo rispetto al 2017. Europa e Medio Oriente si confermano i mercati più interessanti mentre per oltre la metà delle imprese la distribuzione diretta rimane il canale distributivo più utilizzato.

Positive le aspettative verso i mercati esteri per il 2018

Oltre la metà delle imprese attive sui mercati internazionali è pronta ad aumentare il proprio business internazionale, secondo un’indagine di Promos, azienda speciale della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi per l’internazionalizzazione, sulle imprese già presenti all’estero. La maggior parte (41,6%) ha già rapporti commerciali in più di dieci Paesi esteri e nel corso del 2018 il 29,7% vorrebbe ulteriormente espandere il proprio business in Europa, mentre il 21,8% in Medio Oriente e il 14,4% in Cina. Il 52% degli operatori che hanno risposto all’indagine ritiene che il 2018 sarà un anno più positivo del 2017 per il proprio business internazionale, per il 27,7% sarà costante mentre solo il 10,4% prevede un peggioramento della situazione.

“Per il 2018 gli imprenditori lombardi prevedono scenari migliori per la crescita e lo sviluppo internazionale della propria azienda rispetto a quest’anno – dichiaraCarlo Edoardo Valli, Presidente di Promos, Azienda Speciale per le Attività Internazionale della Camera di commercio di Milano, MonzaBrianza e Lodi . I Paesi europei restano mercati di riferimento per il business delle imprese lombarde, ma si consolidano aree geografiche come Medio Oriente, Cina, Stati Uniti e Russia. Permangono difficoltà relative agli elevati costi d’accesso al mercato, alle dinamiche burocratiche e alle dimensioni aziendali ma questi ostacoli non rappresentano scogli insormontabili per aziende che continuano ad essere protagoniste a livello internazionale grazie alla qualità dei loro prodotti, tratto distintivo dell’eccellenza imprenditoriale lombarda”.

Aspetti in rosa e criticità

Le interviste agli operatori lombardi mettono in luce diversi aspetti positivi e alcune criticità. Per circa il 37% degli imprenditori coinvolti nella rilevazione infatti, il business internazionale pesa per oltre il 50% del fatturato. Tra le problematiche più diffuse, però, spiccano i costi di accesso al mercato (28,7%), la burocrazia (27,2%) seguiti dalla dimensione aziendale (25,7%) e dalla scarsa conoscenza dei mercati (23,8%). Il 55% sostiene che la ricerca di controparti estere è ancora la soluzione migliore per sviluppare processi di internazionalizzazione, seguita da incontri b2b con controparti estere (48,5%) e partecipazione a fiere internazionali (47%). La distribuzione diretta rimane il canale distributivo più utilizzato (57,4%), seguito dalla distribuzione indiretta, attraverso distributori, buyer e importatori (43,6%). Risultato più staccati l’e-commerce (17,8%) e i marketplace, utilizzati solo dal 4% delle imprese coinvolte.

Il valore dell’export in Regione: 89 miliardi di euro

Nei primi nove mesi del 2017 il valore dell’export lombardo ha toccato quota 89 miliardi di euro, pari a 330 milioni di export al giorno, +7,3% rispetto allo stesso periodo del 2016. Circa un quarto di tutte le esportazioni italiane nella prima parte dell’anno sono partite dalla Lombardia. Milano con oltre 30 miliardi, Brescia e Bergamo con oltre 11, Monza e Brianza e Varese con oltre 7 miliardi sono i territori che esportano di più.

Facebook, l’intelligenza artificiale “cancella” il 99% dei post Isis

Buone notizie nella lotta al terrorismo, anche per quanto riguarda la capacità dei social network di individuare i contenuti potenzialmente pericolosi. L’ultimo annuncio di una “vittoria” contro il terrorismo arriva da Facebook, che ha annunciato che la propria tecnologia sta dando i primi, importanti frutti nella battaglia contro il terrore online. E la chiave di volta è l’Intelligenza Artificiale. Il social network di Mark Zuckerberg ha infatti annunciato che grazie a tecnologie di apprendimento e riconoscimento automatico è in grado di rimuovere il 99% dei contenuti relativi a Isis e Al Qaeda sulla sua piattaforma prima che qualcuno li segnali e, in alcuni casi, ancora prima che siano pubblicati sul web.

L’algoritmo è capace di imparare (e ricordare)

Ma c’è di più: una volta che il sistema ha riconosciuto e identificato un contenuto a carattere terroristico, è in grado di rimuovere definitivamente l’83% delle copie caricate entro l’ora successiva. Naturalmente, rimane sempre presente ed essenziale il controllo umano, precisa Facebook: però questi nuovi traguardi sono stati raggiunti sfruttando soprattutto sistemi automatizzati che riconoscono foto e video e tecniche di apprendimento automatico sui testi.

Un pool di colossi del web per collaborare

Facebook ha anche coinvolto in questa lotta al terrorismo anche altri giganti della rete, come Microsoft, Twitter e YouTube, così da creare un Global Internet Forum per contrastare i fenomeni pericolosi. Ancora, negli ultimi mesi sono state siglate diverse partnership con primarie realtà, quali Flashpoint, Middle East Media Research Institute, il SITE Intelligence Group e l’Università dell’Alabama presso il Computer Forensics Research Lab di Birmingham.

Attualmente, spiegano in una dichiarazione ufficiale i responsabili Monika Bickert (Global Policy Management) e Brian Fishman (Counterterrorism Policy), l’uso di intelligenza artificiale è mirata a contenuti legati a Isis e Al Qaeda, “i gruppi terroristici che rappresentano la maggior minaccia nel mondo”. Nel prossimo futuro tuttavia c’è l’intenzione di indirizzare questi sistemi anche su contenuti legati ad altre organizzazioni.

L’intelligenza artificiale da sola non basta

La sola tecnologia, però, non può bastare da sola per vincere la lotta la terrorismo. Bickert e Brian Fishman hanno dichiarato: “Spesso ci chiedono su Facebook perché, con i nostri immensi database e i nostri sistemi avanzati, non possiamo semplicemente bloccare attività pericolose usando la sola tecnologia. La verità è che non abbiamo bisogno solo della tecnologia, ma anche delle persone per fare questo lavoro. E per essere veramente efficaci nel fermare la diffusione di contenuti terroristici all’interno di Internet, dobbiamo unire le forze con tutti i protagonisti della rete”.

Quanto vale l’App Economy?

App Economy, cosa è? La risposta sta tutta nelle cifre: si tratta di un mercato che oggi registra a livello globale 3,4 miliardi di eventi e, nel 2016, un fatturato complessivo di 1.300 miliardi di dollari. Il comparto che ruota intorno alle applicazioni per dispositivi mobili, in base alle previsioni, nel 2021 avrà dimensioni monster:  il proprio numero di utenti schizzerà a 6,3 miliardi e il giro d’affari toccherà la cifra di 6.300 miliardi di dollari. In Italia, il comparto ha un peso valutabile in 37 miliardi di euro. E scusate se è poco.

App, un settore che cresce a percentuali astronomiche

Stando agli analisti, nei prossimi 3 anni il mercato dell’app economy crescerà del 300%. E, solo in questo 2017, le app scaricate dagli utenti del pianeta sono state 197 miliardi. Eppure, mentre negli Stati Uniti sono numerose le manifestazioni dedicate a questa tipologia di mondo digitale, in Europa l’attenzione su questo settore sembrava quantomeno distratta. Fino a oggi.

A Milano il primo evento sull’App Economy europea

E’ proprio Milano ad accogliere, prima città europea in assoluto, l’edizione di debutto di AppShow, la manifestazione dedicata alle applicazioni per mobile.  L’evento si svolge a Milano dal 4 al 6 dicembre 2017 ed è organizzato con il preciso obiettivo di proporre per tre giorni solo il meglio dell’élite digitale. Tra i temi sul tavolo ci sono mobile app, cyber security, internet of things, cognitive computing, mobile marketing, big data, bot, VR in conferenze. Per i presenti, un ricco calendario di keynote e workshop in italiano e in inglese.

Ecco perché l’Italia è protagonista

Anna Paladino, direttrice dell’evento, spiega: “Il Politecnico di Milano stima che in Italia la Mobile & App economy abbia superato i 37 miliardi nel 2017, pari al 2,3% del Pil, in un Paese in cui l’88% della popolazione possiede uno smartphone. Con questi dati alla mano risulta chiaro che la scelta dell’Italia, come sede dell’AppShow, non sia affatto casuale”.

Grandi nomi presenti

Durante la kermesse, in scena all’Hotel Nhow Milan, i 3mila visitatori previsti avranno la possibilità di ascoltare dal vivo le parole di oltre 70 speaker nazionali e internazionali, esponenti di case history di successo. Tra i grandi nomi presenti all’evento ci sono BlaBlaCar, Deliveroo, Moovit, Just Eat, DriveNow, Mytaxi e Meetic. Ovviamente, l’evento si gioca sul coinvolgimento emotivo dei partecipanti, con la possibilità di scambiarsi informazioni e commentare in tempo reale tutto quello che accade. Naturalmente con un’app dedicata.

I ricordi di scuola degli italiani: positivi per (quasi) tutti

L’esame di maturità segna ancora gli incubi di diversi quarantenni, così come il fantasma della maestra severissima terrorizza a distanza di decenni affermati professionisti. La scuola, croce e delizia proprio per tutti gli italiani, lascia ricordi fissati a fuoco nella mente di tutti quelli che sono stati studenti. Nonostante l’allure da leggenda metropolitana, però, il tempo trascorso fra i banchi di scuola è per la stragrande maggioranza degli italiani un ricordo decisamente positivo.

Scuola oggi e ieri, 25 anni di memorie

Doxa, il gruppo specializzato in ricerche di mercato, ha appena condotto una ricerca per analizzare il mood dei nostri connazionali verso gli anni della scuola. Non solo: ha anche tirato fuori dal cassetto una ricerca inedita sullo stesso tema realizzata nel 1992, esattamente un quarto di secolo fa. Obiettivo: mettere a confronto i ricordi di oggi con quelli di ieri e indagare l’immenso, e universale, mondo dei tempi scolastici.

Tanti buoni, pochi cattivi

Cattivi ricordi della propria esperienza scolastica? Tendenzialmente no. La ricerca evidenzia  un range che va dal 3,5% di risposte negative sul totale intervistati 2017 per i ricordi legati alle scuole elementari al 4,5% di risposte negative per scuole medie e superiori. E’ interessante notare che oggi la percezione negativa è in generale inferiore rispetto a quanto registrato 25 anni fa. Nel 1992 l’incidenza dei cattivi ricordi era infatti il doppio, o quasi. Soprattutto per elementari e medie dove si attestava sul 6%. Per quanto riguarda le scuole elementari, quasi 9 italiani su 10 (87%) ne hanno un ricordo complessivo (legato sia ai compagni che agli insegnanti) positivo (ottimo o buono) e migliore rispetto a quello rilevato nel 1992. I buoni ricordi sono più presenti fra i giovani di 15-34 anni (94%, contro l’83% degli over 55). I ricordi positivi sono un po’ inferiori se riferiti alla scuola media (83%) mentre per quello che concerne le scuole superiori si attestano all’83%, in crescita rispetto a 25 anni fa (76%).

Anni cruciali per la formazione

Probabilmente l’aspetto più significativo che emerge dalla ricerca è che per la maggior parte degli italiani quelli scolastici sono stati anni cruciali. Non solo per il lato didattico, ma soprattutto per il bagaglio di conoscenze accumulate e necessarie per affrontare al meglio la vita in età adulta. Fondamentale in questo senso risulta essere stato soprattutto l’apporto delle scuole superiori giudicate dall’88% del campione molto rilevanti. Seguono le elementari con l’85% di risposte positive. Un po’ meno incisive, a quanto pare, sono giudicate le medie il cui apporto si attesta sull’81%.

Moda, allarme contraffazione. Per le imprese italiane un danno da quasi 10 miliardi l’anno

Per le imprese italiane della moda quello della contraffazione rappresenta un danno spaventoso. Un mercato parallelo e illegale che provoca alle aziende di casa nostra infinite difficoltà: già, perché oltre alla perdita di miliardi di euro in mancati incassi, impedisce pure ai marchi del fashion di dare lavoro a quasi 90mila addetti in più rispetto a quanto accade oggi.

I numeri dell’emergenza

Se è vero che la moda italiana è la più celebre e celebrata nel mondo, è altrettanto vero che è anche la più copiata e contraffatta. Lo dicono le analisi di Confartigianato, l’associazione che ha recentemente presentato una ricerca con i numeri – spaventosi – del fenomeno. Ogni anno la contraffazione sottrae alle imprese del fashion italiane ben 9,9 miliardi di euro in termini di mancato guadagno. E, soprattutto, impedisce di creare 88.500 nuovi posti di lavoro, con un effetto pesantissimo sull’occupazione.“I ‘falsi’ – ha detto il presidente di  di Confartigianato Moda – colpiscono uno dei settori più vitali del made in Italy e ad altissima vocazione artigiana: nel fashion operano infatti 78.416 imprese artigiane (il 55,4% delle 141.523 aziende complessive del settore) che danno lavoro a 205.504 addetti (poco meno della metà dei 550.425 addetti totali)”.

I falsi valgono 66,3 milioni di euro

In base ai dati raccolti, a livello mondiale i falsi nel settore della moda valgono 66,3 miliardi di euro. Da soli costituiscono il 32% delle merci globali contraffatte nel loro complesse. Come a dire, ogni tre prodotti contraffatti, uno appartiene al comparto del fashion.

Italia medaglia d’argento in contraffazione

Dopo gli Stati Uniti, che sono in assoluto il primo paese al mondo – ma con ben altre dimensioni geografiche – l’Italia è la seconda nazione in cui le imprese registrano i maggiori danni derivanti dalla contraffazione. Tra il 2008 e il 2016, il 64% dei sequestri eseguiti in Italia riguarda proprio merci del settore moda, per un valore di 3,3 miliardi. La maggior parte dei prodotti moda “falsificati” e destinati al mercato europeo arriva da Cina, Turchia e Thailandia. Solo dalla Cina è arrivato il 41,8% delle merci sequestrate nell’Ue nel corso del 2015. Internet non è stata d’aiuto: il mercato del “tarocco” on line è in continua espansione.

Settore moda, un comparto che rende

Le imprese della moda e del fashion italiane, invece, andrebbero tutelate con cura: nel corso del 2017 hanno registrato una crescita del 2,9% del fatturato e l’export è in buona salute. Solo nello scorso anno gli scambi commerciali verso i paesi esteri hanno generato 61 miliardi di euro.

Il futuro dell’e-commerce visto dagli errori del passato

Interpretare correttamente le potenzialità dell’e-commerce, connettendo l’evoluzione tecnologica dei vari device con gli stili di vita in evoluzione dei consumatori, sarà sempre più alla base della prosecuzione della vita o della fine di un’azienda. Non si deve pensare solo ad aziende piccole: il fatto che anche nel settore automotive si inizi a testare l’e-commerce, con l’esperimento della Fiat 500 venduta su e-Bay e le visioni di Elon Musk sulla consegna delle Tesla, lascia presagire scenari in cui anche i dinosauri industriali di oggi dovranno interpretare correttamente il nuovo panorama digitale.

Se le scelte strategiche si riveleranno sbagliate, il prezzo potrebbe essere quello dell’estinzione aziendale. È la storia che ce lo ha mostrato: multinazionali solide e dalla capitalizzazione miliardaria possono ritrovarsi con un pugno di negozi in franchising se restano sprezzanti delle capacità dei concorrenti e miopi davanti alle nuove dinamiche di mercato. Si prenda Blockbuster, la famosa catena statunitense di noleggio prodotti home-video. Il primo negozio fu aperto in Usa nel 1985, ma nel 1989 Blockbuster era già attiva anche in Europa. Neanche un decennio e solo negli States Blockbuster superava i 4.500 punti vendita, mentre dal ’94 l’espansione proseguiva in altri 25 paesi nel mondo, tra cui l’Italia.

Nel 1997 arriva uno dei competitor, Netflix, che come Blockbuster noleggia dvd e videogiochi. Dal 2000 in poi il settore del noleggio inizia ad andare in crisi, e né Blockbuster né Netflix registrano successi significativi. Quest’ultima ha però un’intuizione, dando al consumatore la possibilità di ricevere tre titoli alla volta tramite corriere. Nel 2005 Netflix si ritrova a spedire circa un milione di dvd al giorno. Nel 2008 la dirigenza di Blockbuster dichiara candidamente alla stampa di non temere Netflix come competitor, essendo più preoccupati da Wal-Mart, cioè dai concorrenti della distribuzione. Poi arrivò la crisi economica più grave della storia e nel 2010 Blockbuster aderì alla procedura di bancarotta, nota come Chapter 11. E Netflix? Nel 2011 diventa produttore di contenuti con la serie tv House of Cards, entra nello streaming video e oggi vanta una capitalizzazione di circa 55 miliardi di dollari.

Chissà quali saranno i vincenti e i perdenti di domani; come cambieranno ancora le abitudini degli utenti, che proprio di questi tempi hanno iniziato a ordinare la cena o anche la spesa settimanale on demand (tanto per rimanere nel settore della distribuzione); come la realtà aumentata e i visori da indossare ovunque influenzeranno le scelte d’acquisto in un contesto sempre più immersivo; quali aziende sapranno interpretare correttamente questi ed altri cambiamenti.

Viceversa | Spremiagrumi elettrici

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